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Delocalizzazioni: la soluzione è vietare?

Quando si parla di delocalizzazioni o chiusura di stabilimenti, l’analista (che sia giornalista, economista o politico) dovrebbe inserire l’evento in una discussione molto più ampia che comprende tanti altri fattori molto più importanti, dalla condizione del mercato globale e di quale posizione gode l’azienda stessa, alla redditività del polo industriale specifico, fino alla convenienza nel rimanere o spostarsi in base a incentivi e disincentivi.

Puntualmente tutte le colpe ricadono prima sull’azienda stessa, indipendentemente dall’economicità della scelta, poi sullo stato che ne permette la chiusura, e infine sul sistema economico che crea degli sconfitti nella dura lotta della sopravvivenza in un mondo concorrenziale.
Non importa se effettivamente quel ramo d’azienda sia fuori mercato e rappresenti una perdita: l’azienda non può chiudere e licenziare i lavoratori. Non importa se le loro competenze sono arretrate e l’azienda per rimanere competitiva sul mercato deve riammodernarsi licenziandone una parte. Non importa se effettivamente le tasse sono troppo alte e quindi i costi sono troppo alti soprattutto in mercati saturi.

Non interessa nulla di tutto ciò: l’azienda non può chiudere.
E quali sono le soluzioni? Pragmaticamente, sia avere colloqui continui comune-azienda in modo da contrattare continuamente su incentivi vari in base all’andamento del mercato, sia (come già è) fare in modo che l’azienda aiuti il lavoratore per 2-3 mesi a trovare un nuovo impiego.
E se nonostante questo l’azienda chiude e licenzia dei lavoratori? I lavoratori si trovano un altro lavoro come chiunque altro dato che la flessibilizzazione del lavoro in Italia è tale da permettere una riallocazione molto veloce del fattore lavoro.
Ah dimenticavo, l’Italia, a differenza dei paesi seri del nord Europa, ha un mercato del lavoro rigidissimo che non permette questo. In più c’è la sinistra antimercato che grida allo scandalo dato che i poveri lavoratori vengono licenziati. Mi chiedo come mai non insorgano anche contro la forza di gravità che non permette il moto perpetuo. Ma anche la destra che grida all’invasore straniero che ci ruba le nostre aziende. La soluzione comune è ovviamente la coercizione e la perdita di efficienza dal lato dell’offerta. Se i partiti di riferimento scrivessero a lettere cubitali “VOGLIAMO MINORE POTERE DI ACQUISTO PER I LAVORATORI”, “VOGLIAMO PIU’ DISOCCUPAZIONE E MENO EFFICIENZA”, “VOGLIAMO CHE I SALARI NON CRESCANO”, e cioè scrivessero la verità, non credo che tanta gente gli andrebbe dietro.

Parlando degli ultimi tempi, gli esempi più eclatanti sono di GKN a Firenze, Gianetti Ruote e Timken. La motivazione? Una ristrutturazione globale della componentistica auto, mentre l’aumento di concentrazione settoriale spinge i costruttori a internalizzare parte della produzione di componenti, come evidenziato dal nostro Mario Seminerio.


Anche qui le soluzioni dalla politica quali sono? Inasprire fortemente le sanzioni in caso di chiusura, disincentivando in anticipo qualsiasi insediamento produttivo che possa portare lavoro, efficienza e know how. Come al solito.

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