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Diseguaglianza e libertà economica: quale relazione?

Un tema molto dibattuto ultimamente è l’aumento della disuguaglianza all’interno dei Paesi Sviluppati e del fatto che essa sia imputabile al fatto che – nelle economie sviluppate – vi sia un minore intervento del governo teso a ridurre la stessa. Sebbene – spesso – questo sia un tema affrontato in maniera emotiva e non usando argomentazioni di tipo economico. In questo breve post cercheremo di fare questo, da un punto di vista tanto di teoria economica quanto di dati. Cominciamo con il dire che ci sono due tipologie di disuguaglianza: quella di reddito e quella di ricchezza.

Definiamo, innanzitutto, il reddito.

Questo è definibile come l’“entrata di beni percepiti da un individuo, da un’impresa o da uno Stato in un determinato periodo di tempo”; in termini più semplici, il reddito è somma dei beni e servizi prodotti da un soggetto in un determinato periodo di tempo. Stante questo, si può definire la disuguaglianza di reddito come quella condizione per cui vi è una disparità tra ciò che guadagna un individuo e ciò che viene guadagnato da un altro. Giova ricordare, prima di cominciare il discorso della disuguaglianza di reddito, il fatto che il reddito di una persona rappresenta la remunerazione per il suo lavoro, cioè per la sua produzione di beni/servizi; da cui ne segue che esso dipende in maniera positiva dalla produttività: maggiore la prima, maggiore anche il secondo, il che significa che è perfettamente logico il fatto che – a parità di tutto il resto – maggiore sarà la produttività marginale del lavoro maggiore sarà il salario (e quindi il reddito) percepito dal lavoratore.

Detta in altri termini, viene remunerato maggiormente chi, per attitudine, passione o altro, svolge un lavoro più utile di un altro.Veniamo, quindi, alla disuguaglianza di ricchezza.

Definiamo “ricchezza” (o più correttamente “patrimonio”) come: “l’insieme dei beni mobili e/o immobili che un soggetto possiede in un determinato momento”.Il patrimonio – a differenza del reddito – è una grandezza di “stock”, che viene influenzata da diverse grandezze e fattori: in primo luogo, il reddito viene influenzato dal risparmio, ossia dalla frazione di reddito che – invece di essere consumata – viene risparmiata, la quale a sua volta viene determinata dalle preferenze individuali. Proprio in relazione a queste preferenze, vediamo come spesso siano correlate all’età: le persone prossime al pensionamento, avendo (lavorato e) risparmiato per molti anni, sono mediamente più ricche rispetto a chi è appena entrato nel mondo del lavoro (i giovani). Ovviamente un reddito maggiore consente (a parità di tasso di risparmio) di accumulare più ricchezza rispetto ad un reddito minore – e, come visto, il reddito dipende dalla produttività. Tra l’altro, un altro fattore positivamente correlato con l’età è l’esperienza lavorativa, la quale consente di aumentare la produttività e quindi le disuguaglianze di reddito.

Un altro fattore positivamente correlato con l’età è l’esperienza lavorativa, la quale consente di aumentare la produttività e quindi le disuguaglianze di reddito.

Tutto questo non deve – tuttavia – far lasciar pensare che il mondo sia destinato ad una sempre maggior disuguaglianza. Anzi, come ci mostra il dossier “Disuguaglianza economica in Italia e nel mondo” della Fondazione David Hume, la disuguaglianza tra nazioni è cresciuta fino alla seconda guerra mondiale e per i successivi due decenni, è rimasta stabile nel ventennio 1970 – 1990, è decresciuta fino al 2008, e da allora ha ripreso a crescere. Sempre secondo il dossier, la “percezione della disuguaglianza sia aumentata è una dispercezione generata dall’imprecisione e dal sensazionalismo con cui talora vengono comunicati dai mass media gli aumenti di disuguaglianza interna alle nazioni” (p.15). Effettivamente, la disuguaglianza interna dal 1990 al 2010 è aumentata in buona parte del mondo, frenando la contrazione della disuguaglianza mondiale. In sintesi l’indice di Gini (il cui valore va da 0 a 1 dove 1 è la totale disuguaglianza) presenta diverse dinamiche:- Grazie all’apporto di Cina ed India l’indice tra i Paesi è calato dallo 0,54 del 1950 allo 0,45 del 2012;- L’indice tra i Paesi OCSE è calato dallo 0,33 del 1950 allo 0,20 del 2012;- Viceversa, l’indice che misura la diseguaglianza interna a livello mondiale è passato dallo 0,36 del 1950 allo 0,44 del 2012.In sostanza, la disuguaglianza non è aumentata a livello internazionale, mentre lo è aumentata (di poco) a livello interno.

Come lo stesso studio sostiene,

“Ci sono molti modi per misurare la povertà. Lo si può fare in termini relativi, sulla base di una soglia convenzionale che tiene conto del tenore di vita medio degli abitanti di una nazione. Ma se si considera la distribuzione delle risorse tra tutti gli individui, si ottiene un indicatore strettamente legato al concetto di disuguaglianza” (Amendola et al., 2011).

Il nostro obiettivo è invece quello di adottare una misura analiticamente indipendente all’indice di Gini, una misura, in altre parole, che ci dia informazioni aggiuntive rispetto a quelle incorporate nell’indice di Gini. La povertà si può valutare in termini assoluti, definendo povere le persone incapaci di acquistare un insieme di beni e servizi essenziali a uno standard di vita minimamente accettabile. Ma non abbiamo sufficienti informazioni e dati per definire il paniere e i prezzi delle risorse considerati essenziali per ogni paese del mondo. Questa misura, poi, sottace alcuni aspetti come la produzione per autoconsumo. Per esempio, un paese potrebbe registrare un’alta percentuale di persone che vive sotto la soglia di 2 dollari al giorno per abitante semplicemente perché è un’economia agricola, basata prevalentemente sull’autoproduzione. Il tutto illustrato dal secondo grafico in allegato al post, in cui si evince che la percentuale si è più che dimezzata, passando dal 50% a inizio serie (1969) al 12,7% nel 2012. Questo a livello italiano. Ma non è tutto. Perché un fattore di cui spesso non si tiene conto, nel parlare della disuguaglianza, è la mobilità sociale.

Non è infatti detto che, per farla in maniera breve, chi nasca quadrato debba per forza morire quadrato.

Definiamo la mobilità sociale come “‎il movimento sia “verso l’alto” che verso il basso delle condizioni personali di vita di un individuo in relazione a quelle dei genitori. In termini assoluti, è la capacità di un bambino di vivere una vita migliore rispetto ai loro genitori. D’altra parte, la mobilità sociale relativa è una valutazione dell’impatto del background socio-economico sui risultati della vita di un individuo. Intuitivamente, è abbastanza chiaro che il vivere in una zona geografica in cui l’assetto istituzionale sia leggero, non estrattivo e quanto di meno invadente dal punto di vista economico nei processi di mercato favorisce sicuramente una distribuzione della ricchezza sicuramente più dinamica e meno legata ai privilegi di nascita, professione o relazioni di tipo non economico rispetto a paesi in cui le istituzioni sono estrattive, burocraticamente pesanti ed in generale molto attive nell’intervento sui processi di mercato. Ma vediamo più nel dettaglio i dati. Il «Global Social Mobility Index» assegna il primo posto alla Danimarca (con 85 punti), seguita da Norvegia, Finlandia, Svezia e Islanda.

A completare la rosa dei primi dieci sono l’Olanda, la Svizzera, l’Austria, il Belgio e il Lussemburgo. Tra le economie del G7, la Germania è la più mobile socialmente (11esima, con 78,8 punti), seguita dalla Francia (12esima). Il Canada (14esimo) precede il Giappone (15esimo), il Regno Unito (21esimo), gli Stati Uniti (27esimi) e, infine, l’Italia, che è 34esima, preceduta anche da Portogallo (24esimo) e Spagna (28esima). Tale studio sottolinea come in una società in cui sia possibile per ciascuno sviluppare il proprio potenziale, a prescindere dalla provenienza socio-economica, non solo ci sarebbe più coesione sociale, ma si rafforzerebbe anche la crescita economica. Un aumento della mobilità sociale del 10% spingerebbe, infatti, il Pil di quasi il 5% in più in 10 anni, indica lo studio pubblicato alla vigilia del summit annuale del Wef a Davos.

In sintesi, descrivendo le condizioni per le quali tali performance possono essere raggiunte, si sta descrivendo una società in cui tutte (o la gran parte) delle transazioni economiche sono realizzate su base volontaria, in cui le istituzioni favoriscono i diritti di proprietà, in cui vi è relativa libertà di entrata ed uscita dalla partecipazione all’attività produttiva. A conferma di ciò, un dato molto interessante da notare è – inoltre – la relazione che esiste tra disuguaglianza e libertà economica.

Un buon modo per rispondere a questa domanda è leggere i rapporti della Heritage Foundation che – annualmente – pubblica un indice della libertà economica. Leggendo questi rapporti vediamo che:

• Le nazioni nel quartile superiore della libertà economica avevano un PIL pro capite medio di 36.770 dollari nel 2017, rispetto ai 6.140 dollari delle nazioni del quartile inferiore (crescita PPP USA) (si veda il paragrafo 1,6 del report).‎

• ‎Nel quartile superiore, il reddito medio del 10% più povero è stato di 10.646 dollari, rispetto ai 1.503 dollari del quartile inferiore del 2017 (esposizione 1,10). È interessante notare che il reddito medio del 10% più povero nelle nazioni più economicamente libere è di due terzi superiore al reddito medio pro capite nelle nazioni meno libere.

‎• ‎Nel quartile superiore, l’1,8% della popolazione soffrono di estrema povertà (meno di 1,90 USD al giorno) rispetto al 27,2% del quartile più basso (si veda il punto 1,11).‎

• ‎La mortalità infantile è di 6,7 per 1.000 nati vivi nel quartile superiore rispetto a 40,5 nel quartile inferiore (si veda il punto 1,8).‎

• ‎L’aspettativa di vita è di 79,4 anni nel quartile superiore rispetto a 65,2 anni nel quartile inferiore (si veda il punto 1.7).‎ Da quello che sappiamo, quindi, dalla teoria economica e dai dati, possiamo inferire non solo che la disuguaglianza – nel mondo – sia aumentata, ma anche che la correlazione con le condizioni di libero commercio sia meno scontata di quello che si pensa.

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