Economia, Scienze economiche

Esternalità ed incentivi: cosa ci dice la teoria economica sui vaccini e la loro diffusione

Una delle questioni di attualità che stanno attanagliando il mondo, preso nella morsa della pandemia da COVID-19, è quella di trovare una modalità di produzione e di distribuzione dei vaccini. Per capire quale potrebbe essere una delle soluzioni alla carenza di vaccini che si potrebbe sviluppare a seguito della domanda sempre più crescente per gli stessi, potrebbe essere utile applicare alcuni principi della microeconomia (nel nostro caso, le esternalità e gli incentivi) per rispondere a questo quesito sulla base di una proposta elaborata da alcuni economisti statunitensi, tra i quali figura il premio Nobel Michael Kremer.

Cominciamo dalle esternalità. In economia, definiamo “esternalità” come quegli “effetti (detti anche effetti esterni o economia esterna) che l’attività di un’unità economica (individuo, impresa ecc.) esercita, al di fuori delle transazioni di mercato, sulla produzione o sul benessere di altre unità. Quando l’azione dell’agente economico determina dei benefici per altri, senza che il primo ne riceva un compenso, si parla di economie esterne per questi altri soggetti o per l’economia nel suo complesso; quando invece l’azione intrapresa dall’agente economico provoca dei costi per altri, costi che esso non sostiene, si parla di diseconomie esterne”.

Esempi di esternalità negative sono l’inquinamento, il fumo passivo, le esalazioni, i rumori, una malattia contagiosa; esempi di esternalità positive sono – ad esempio – un bosco (che diffonde aria pulita in una vallata assorbendo anidride carbonica, la bonifica di un terreno (per l’eliminazione di insetti che possono provocare malattie come la malaria) o simili. Se – insomma – nel caso delle diseconomie esterne vi sono costi non pagati dal produttore e sopportati da altri (ad esempio il deterioramento dell’aria in caso di inquinamento), e dunque l’attività produttiva non sarebbe ottimale; in caso di economie esterne, vi sono benefici goduti da soggetti ma non retribuiti al produttore che li ha generati, e dunque la produzione sarebbe sub-ottimale, cioè inferiore a quella che apporta il massimo benessere.

Il vaccino è un caso molto curioso di esternalità positiva dal punto di vista dei consumatori: in effetti, la vaccinazione rende le persone immuni alla diffusione di un virus; il che – oltre a beneficiare se stessi – beneficia anche gli altri dal momento che anche per loro vi è una minore probabilità di contrarre la malattia. Ad esempio, l’economista Corey White ha stimato che due vaccini antinfluenzali possono prevenire la malattia di almeno altre due persone, mentre 4000 dosi di un vaccino antinfluenzale possono salvare una vita. Il problema è che sebbene i benefici sociali che derivano dal compiere questo atto siano molto alti, gli individui spesso non ritengono che questi benefici sociali siano anche buoni per quanto riguarda i loro interessi ed è per questo che, spesso, ci occupiamo di questo fenomeno di “sottoincentivazione” in diversi modi (spesso, obbligando i vaccini per legge o sussidiando la loro produzione, per mantenere basso il loro prezzo).

Per arrivare al punto, possiamo osservare che il vaccino contro il COVID-19 sia un caso particolare di esternalità, dal momento che l’effetto positivo che esso produce un effetto anche all’interno dei prezzi: prendiamo, ad esempio, sono le azioni delle compagnie aeree: come illustra questo articolo di Bloomberg vi è una interessante correlazione tra (1) i prezzi delle azioni delle compagnie aeree e (2) la quantità di anticorpi prodotti dai candidati al vaccino contro il coronavirus; il che ci indica – insomma – che le compagnie aeree stanno percependo alcuni dei benefici che sono connessi con l’azione dei produttori di vaccino. In questo senso, è curioso notare come la conclusione a cui spesso si giunge parlando di questo tema (pensando che i produttori di vaccino possano avere troppi profitti per la loro attività) è del tutto opposta a cui si giunge se ragioniamo con l’occhio da economisti: se ci pensiamo, infatti, l’economista non è preoccupato del fatto che le compagnie che producono vaccini non facciano abbastanza profitti ma – al contrario – che esse non vengano remunerate abbastanza, specie se consideriamo il fatto che (come ci illustra l’economista premio Nobel William Nordhaus, gli innovatori ricevono tra il 2 ed il 2,5% del valore delle loro innovazioni; pertanto, gli incentivi all’innovazione sono alquanto limitati. Per ovviare a questi problemi, ci sono chiaramente delle soluzioni già in essere: ad esempio, i brevetti nascono con il preciso scopo di proteggere le innovazioni assegnando al titolare del brevetto il diritto all’uso esclusivo ad un procedimento produttivo/innovazione permettendogli di avere un rendimento tale da essere incentivato ad innovare. Questa soluzione, come evidenziano gli ideatori della proposta resa pubblica sul New York Times non potrebbe essere, tuttavia, quella ideale. Attualmente, infatti, è troppo tardi per dare sussidi alla ricerca di base e – allo stesso tempo – un brevetto non solo ridurrebbe il numero di attori che potrebbero produrre tale vaccino (riducendo l’offerta esattamente quando la domanda sale) ma terrebbe il prezzo al di sopra di quello che dovrebbe essere per incentivare i produttori di vaccino.

La soluzione proposta da questo team di economisti, tuttavia, è diversa: se infatti non possiamo aumentare le entrate delle aziende produttrici di vaccino almeno possiamo ridurre le loro uscite (i costi). Questi economisti (il premio Nobel Michael Kremer insieme ad altri economisti quali Susan Athney, Chris Snyder ed Alexander Tabarrok) hanno proposto di rimborsare i costi dei produttori di vaccino. Infatti molti vaccini si rivelano spesso inefficaci e ciò – sommato ai costi che essi hanno nell’avviare la loro azienda e renderla operativa – li disincentiva a provare ad innovare fino a quando, almeno, il vaccino ha provato ad essere sicuro. Il problema di tutto ciò è che potrebbe accadere che se seguissimo l’iter tradizionale (senza copertura dei costi) potremmo avere un solo vaccino approvato e poca capacità produttiva per produrlo; fatto – questo – che lascerebbe milioni di persone senza vaccino per mesi con tutte le conseguenze in termini non solo di perdite economiche ma anche di danni sociali. Insomma, se è vero che rimborsare una parte dei costi ai produttori di vaccino è molto oneroso economicamente, possiamo dire che questo è un investimento positivo, dal momento che esso si ripaga in termini di ripresa delle attività economiche e quindi conseguente ripresa. Ancora una volta, insomma, la teoria economica può esserci d’aiuto non solo per salvare le nostre economia ma – soprattutto – per salvare vite.

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