Economia, Scienze economiche

PRODUTTIVITÀ: LESS IS MORE?

Quattro giorni fa, in Spagna, si è deciso di partire con la sperimentazione dell’introduzione di una settimana lavorativa di 32 ore lavorative spalmate su quattro giorni a parità di stipendio. La proposta non è nuova, dal momento che come cita l’articolo del Corriere della Sera in cui se ne parla, già

“Nel 1997, il presidente francese Jacques Chirac, mise a punto un programma per ridurre la settimana lavorativa da 39 a 35 ore”.

Gli obiettivi alla base dell’orario di lavoro sono, a detta dei sostenitori, il fatto che questa misura serva ad aumentare la produttività. Prima di verificare se ciò sia vero, possiamo definire la produttività come una:

“Misura dell’efficienza del processo produttivo, data dal rapporto tra output e input”.

Tale grandezza può essere misurata non solo a livello multifattoriale (facendo riferimento quindi al ben noto indicatore quale la “Total Factor Productivity”) ma anche a livello di tipologia di fattore di produzione, facendo quindi riferimento alla produttività del capitale (rapporto tra output e capitale impiegato nella produzione) e del lavoro (rapporto tra output e capitale impiegato nella produzione). Ed è proprio in questa distinzione che si innesta la proposta di ridurre la settimana lavorativa: lavorando di meno, si sostiene, si può ottenere una forza lavoro la cui efficienza ed efficacia sono maggiori, restituendo – quindi – una maggiore produttività. Cosa ci dicono i dati in merito? Scopriamolo.

Un primo studio che tenta di dimostrare il fenomeno in parola (condotto da Marion Collewet e Jan Sauermann) sembra confermare tale teoria, dal momento che – nel caso dei call center –  all’aumentare del numero di ore lavorate, il tempo di gestione di una chiamata aumenta, il che significa che gli agenti diventano meno produttivi. Questo risultato suggerisce che la fatica può svolgere un ruolo importante, anche nei lavori con lavoratori per lo più a tempo parziale. Ancora, una pubblicazione della Harvard Business Review propone una gestione del tempo lavorativo simile nell’approccio a quella recentemente adottata dalla Spagna (proponendo sei ore lavorative giornaliere, e quindi non a livello settimanale) adducendo a giustificazione di ciò il fatto che il singolo dipendente può migliorare la sua produzione adottando delle tecniche di miglioramento dei processi lavorativi. Ex negativo, il fatto che spesso il tempo impiegato nelle linee di produzione sia non strettamente necessario alla realizzazione del servizio stesso (e che quindi, migliorando i processi, si può ottenere una maggiore produttività pur riducendo il tempo lavorativo) è stato provato da molte rilevazioni. A titolo di esempio, uno studio condotto da Adobe ci dice che i dipendenti trascorrono una media di sei ore al giorno sulla posta elettronica. Un altro studio ha rilevato che il dipendente medio controlla la posta elettronica 74 volte al giorno, mentre le persone toccano il proprio smartphone 2.617 volte al giorno; così come circa il 67% dei dipendenti viene distratto da meetings e riunioni improvvise, fattore – questo – che deprime ulteriormente la produttività del singolo. I dipendenti sono in un costante stato di distrazione e iper-reattività che comportano stress e calo della produttività. In merito al “tempo lavorato”, inoltre, si è scoperto che se l’orario di lavoro è flessibile (e non predeterminato ex ante) viene a crearsi una serie di condizioni per cui il dipendente è più produttivo e coinvolto nei processi aziendali.

C’è da dire, tuttavia, che questi studi non tengono conto – spesso – dell’interazione tra fattori produttivi da un lato e dall’altro della qualità degli stessi: un lavoratore che viene impiegato in un settore a poca intensità di capitale sarà generalmente poco produttivo, dal momento che mancano allo stesso gli strumenti per poter migliorare la sua produttività. Allo stesso modo, una forza lavoro poco formata e con basso know how (e qui entra in gioco il fattore “capitale umano”) sarà ragionevolmente meno produttiva di un lavoratore formato e con le necessarie competenze. Ad esempio, in questo studio del National Bureau of Economic Research si dimostra che:

“la crescita del capitale umano è sia una condizione che una conseguenza della crescita economica. Le attività del capitale umano implicano non solo la trasmissione e l’incarnazione nelle persone della conoscenza disponibile, ma anche la produzione di nuova conoscenza che è la fonte dell’innovazione e del cambiamento tecnico che spinge tutti i fattori di produzione. Quest’ultima funzione del capitale umano genera crescita economica mondiale indipendentemente dal suo luogo geografico di nascita”.

Un altro studio condotto dalla BCE dimostra ancora che – impiegando dei dati provenienti da 37 paesi – “la crescita della produzione nelle industrie ad alta intensità di istruzione è stata significativamente più rapida nelle economie con livelli di istruzione superiore e maggiori miglioramenti nell’istruzione”. Tali stime misurano tali effetti tanto a livello di specifici paesi quanto a livello settoriale, allo scopo di catturare i movimenti dei prezzi, l’innovazione tecnologica e le politiche che promuovono la crescita a livello di paese (ad esempio, politica economica, norme sociali, stabilità politica). Come riassume anche lo studio in parola, inoltre, questi risultati sono utili per:

“controllare gli effetti sulla crescita di mercati finanziari ben funzionanti e una buona protezione dei diritti di proprietà rispettivamente nei settori dipendenti da finanziamenti esterni e ad alta intensità di attività immateriali”. 

Inoltre, a livello meramente aziendalistico (quindi su una scala di analisi più “micro”) riduzione delle ore lavorative può creare una perdita di “costo opportunità” delle vendite perse. Con i dipendenti che lavorano meno, è ragionevole aspettarsi di perdere una potenziale vendita a un concorrente, soprattutto se il clima aziendale migliora improvvisamente. Si affronta anche il rischio di perdere un dipendente insoddisfatto di una retribuzione inferiore. I dipendenti insoddisfatti possono diventare meno produttivi, con conseguente riduzione delle vendite. Inoltre, si porrebbe il problema di decidere a quali lavoratori ridurre le ore; processo – questo – che se presenta degli ovvi svantaggi se fatto a livello centralizzato, anche se fatto a livello di aziende avrebbe un problema: un lavoratore può considerare le sue ore ridotte rispetto ad altri lavoratori come favoritismi, il che può influire sul suo morale. Una tale situazione crea un ambiente di lavoro non ottimale, che può anche influire negativamente sulla produttività.

Come sempre accade nelle scienze economiche, non esiste una risposta “semplice” a questioni molto complesse, che però devono servire da stimolo per continuare la nostra ricerca: perché se potrebbe essere vero che “less is more” per quanto riguarda la produttività, la ricerca e il continuo mirare ad ampliare le proprie competenze è un appetito che non deve conoscere sazietà.

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