Economia, Scienze economiche

Social network: Regolarli o non regolarli? Questo è il dilemma

Ha fatto notizia, ieri, il fatto che Donald Trump abbia lanciato un suo sito personale dopo la decisone di Facebook di disattivare definitivamente (e a quanto pare senza possibilità di appello) l’account dell’ex POTUS.

Già in occasione dell’allora temporaneo ban di Trump, molti nel mondo vicino all’ex presidente americano erano insorti sostenendo che si trattava (e a questo punto si tratta ancora) di una violazione del Primo emendamento della costituzione americana, che garantisce – oltre alla libertà di associazione ed alla libertà di religione – anche la libera espressione; sostenendo che le piattaforme di social media abbiano un tale potere monopolistico e una talmente ampia influenza sociale che possono essere considerati dei “servizi pubblici”. Economicamente tutto questo è corretto? A quanto pare, sembrerebbe di no. Vediamo perché.

In primo luogo, i social network non sono dei monopoli naturali: affinché un monopolio sia considerato “naturale” deve accadere che i costi medi siano decrescenti e/o stabilmente bassi per ogni periodo, il che accade per tutti quei servizi che tipicamente vengono definiti “public utilities” (strade, elettricità ecc…). Come illustra questo studio condotto dalla George Mason University, infatti:

“I servizi di social media non sono risorse fisiche con costi fissi elevati e non presentano “colli di bottiglia” nel senso convenzionale del termine. Anche se esistono esternalità di rete che premiano le piattaforme di social media più grandi, e anche se una piattaforma di social media esistente nega a un concorrente l’uso della sua “struttura”, i concorrenti possono duplicare tali piattaforme e, come documentato di seguito, hanno continuato a farlo. Se il tumultuoso primo decennio dei servizi di social media Web 2.0 ci ha insegnato qualcosa, è che la capacità dei concorrenti di duplicare questi servizi si riduce alla sfida di costruire una base di utenti, non di costruire infrastrutture fisiche. L’infrastruttura necessaria per competere è essenzialmente caratterizzata da un codice, un computer e un server. Questa infrastruttura digitale rappresenta un’enorme distinzione dall’infrastruttura fisica richiesta in altri settori, dove la creazione di strutture concorrenti richiede un massiccio investimento di capitale. L’implementazione di una nuova versione del codice semplicemente non comporta neanche lontanamente gli stessi costi fissi del lancio di nuove torri fisiche, cavi e hardware di distribuzione che vengono utilizzati nelle reti di comunicazione tradizionali”.

Questo pone in crisi la nozione di social media come monopoli naturali. Ma non solo: infatti, la scelta di classificare i social network come public utilities pone dei problemi che possono essere così riassunti:

“Un secondo pericolo con la classificazione dei social media come servizi di pubblica utilità è che, come con l’applicazione dello status di “pubblica utilità” alle società di telecomunicazioni, una tale classificazione potrebbe diventare una “profezia che si autoavvera”. L’atto stesso di imporre obblighi di “utilità” su una particolare piattaforma o azienda tende a imporla come la scelta preferita o unica nel suo settore. La regolamentazione dei servizi pubblici protegge un’utilità dalla concorrenza una volta che è sancita come tale. Inoltre, forzando la standardizzazione o una piattaforma comune, la regolamentazione può erigere de jure o de facto barriere all’ingresso che limitano l’innovazione vantaggiosa e l’interruzione dei leader di mercato”.

Inoltre, i servizi di social media sono in continua evoluzione e, di conseguenza, nonostante l’enorme base di utenti di siti come Facebook e Google, quindi la il fatto che – pur da sostanziali monopolisti – queste attività siano molto innovative è comunque un net benefit per il consumatore, il quale in caso di regolazione dovrebbe sopportare maggiori costi e quindi con minore benessere. Ad esempio, se un sito di social media come la ricerca di Google fosse regolamentato, potrebbe “risultare in una divulgazione pubblica almeno parziale degli algoritmi di ricerca di Google, che consentirebbe ad altre aziende di comportarsi in modo strategico per migliorare le proprie classifiche di ricerca senza avvantaggiare i consumatori . Di più: una regolamentazione come quella suggerita, non eliminerebbe ed anzi peggiorerebbe i problemi di libertà di espressione che i sostenitori della regolamentazione spesso pongono, senza contare i rischi di “regulatory capture” cui sovente sono soggette questo tipo di soluzioni.

Classificare e quindi regolamentare i social come delle public utilities, insomma, potrebbe portare più danni che benefici e aggravare i problemi che la regolamentazione stessa vuole risolvere.

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