Spesa pubblica e crescita: quale relazione?

Una delle questioni economiche che, in un contesto di politiche fiscali espansive, si mette in evidenza nel parlare della spesa pubblica è che essa sia favorevole alla crescita economica. Sarà vero? Per capirlo facciamo riferimento ad un modello chiamato “curva di Armey”.

Meno nota della curva di Laffer (derivante da diversi modelli di tassazione ottimale) e sviluppata dall’economista (nonché deputato) statunitense Richard Armey, la curva di Armey mira ad identificare quale relazione esiste tra la crescita della spesa pubblica in percentuale del PIL e il tasso di crescita del PIL stesso; ponendo le due grandezze in un grafico dove sull’asse delle ascisse troviamo la spesa pubblica in percentuale del PIL, mentre sull’asse delle ordinate viene messo il tasso di crescita del PIL come misura della performance economica di una data nazione. La logica dietro la curva di Armey – per certi versi – è analoga a quella della più nota curva di Laffer: c’è un’area della curva in cui la crescita della spesa pubblica rispetto al PIL ha un impatto positivo sulla crescita economica, spesa pubblica che ha a che fare con la costruzione di un apparato per l’implementazione della giustizia, la costruzione delle infrastrutture di base e investimenti in ricerca e sviluppo. Si giunge così ad un certo punto della curva in cui viene massimizzata la crescita economica ed in cui si raggiunge il livello “ottimo” di spesa pubblica (coincidente con il punto fino al quale la politica fiscale non produce spiazzamento), dopo il quale la spesa pubblica cresce ma l’economia entra in recessione. La curva di Armey, insomma, è basata sulla stessa logica della curva di Laffer e – non a caso – assume la stessa forma “a campana”.

Tuttavia, la curva di Armey, a differenza della curva di Laffer, possiede una solida evidenza empirica che ne conferma – almeno in linea teorica – la validità, visto che le evidenze che supporterebbero la curva di Armey e che ci indicano quale possa essere il livello “ottimo” di spesa pubblica sembrano notevoli. Una prima linea argomentativa in tal senso è quella illustrata da Presson e Tabellini in un loro paper del 2002, in cui si mostra che politici e cittadini hanno obiettivi differenti (rielezione e massimizzazione del consenso i primi, benessere della propria famiglia i secondi) un fatto questo che tende a rendere inefficiente la gestione della spesa pubblica. In termini di dati, molto importante è il contributo dato da Tanzi e Shuckneckt con il loro libro “La spesa pubblica nel XX secolo”, in cui si dimostra che – cito l’articolo in cui sono stati a loro volta menzionati –

“La crescita secolare della spesa pubblica abbia portato miglioramenti sociali ed economici abbastanza limitati, in particolare negli ultimi 35 anni. Se si eccettua una riduzione della disuguaglianza nei redditi (che non é detto sia sempre un risultato desiderabile, visto che la maggiore disuguaglianza ha anche effetti positivi, tramite i maggiori incentivi all’accumulazione di capitale umano), tutti gli altri indicatori socioeconomici che il loro studio prende in considerazione (quali per esempio tasso di crescita, accumulazione di capitale, inflazione, disoccupazione, speranza di vita, mortalità infantile) non risultano essere particolarmente migliori in paesi con elevata spesa pubblica”.

Andando ancora avanti (o meglio, indietro nel 1996) Alesina, Ardagna, Perotti e Schiantarelli ci dicono che la spesa pubblica può “spiazzare” gli investimenti privati e che tale effetto di spiazzamento può verificarsi tramite un aumento del costo del lavoro, che implica minori profitti e quindi un calo degli investimenti privati. Sempre rimanendo nell’ambito degli economisti italiani, troviamo un secondo studio di Alesina e Fuchs del 2006, in cui si mostra la persistenza della spesa pubblica inserendo l’effetto chiamato “goodbye Lenin”, in virtù del quale le preferenze degli individui per una maggiore spesa pubblica sono molto persistenti, per cui una volta generato un aumento, diventa molto difficile per un Paese democratico far diminuire la spesa. Come riporta l’articolo di Mele:

“Il lavoro riscontra come, anche controllando per i diversi incentivi economici a cui sono sottoposti dopo la riunificazione, e per le differenze di reddito,i cittadini dell’Est continuino sistematicamente ad essere più favorevoli ad un maggiore interventismo statale. L’effetto é sostanzialmente piú forte nei soggetti più anziani, che hanno vissuto sotto il regime comunista piú a lungo. Un loro calcolo reputa necessari tra i 20 e i 40 anni affinché la riunificazione elimini del tutto gli effetti del regime comunista sulle preferenze individuali. In parole povere, ogni volta che un governo decide di aumentare la spesa pubblica, sta generando due effetti: uno di medio periodo, che genera più o meno crescita a seconda che ci si trovi a sinistra o a destra del picco della curva di Armey; e uno di lungo periodo sulle preferenze politiche degli individui, che genererà persistenza nel livello di spesa pubblica”.

Inoltre, un altro studio tenta di individuare una curva di Armey per il sistema federale svizzero trovando dei risultati molto interessanti anche in termini di policy: in questo studio si conclude la spesa pubblica corrente (per capirci, i sussidi) ha un effetto negativo sulla crescita, mentre la spesa per investimenti non ha nessun impatto; il che vuol dire – come concludono gli autori – che se i cantoni svizzeri si trovassero sul tratto crescente della curva allora gli investimenti avrebbero un impatto positivo sulla crescita ed il fatto che ciò non accade vuol dire che i cantoni svizzeri si trovano sulla parte decrescente della curva di Armey.

Ma ora arriviamo alla questione “clou” ­: scontato che “troppa” spesa pubblica fa male, che numeretto affibbiamo a quel “troppo”? Le risposte in merito sono contrastanti, sebbene tutte orientate ad una definizione di “troppo” decisamente restrittiva. I primi a porsi il problema di quanto “troppo” fosse la spesa pubblica sono stati Vedder e Galloway nel 1998, che – come cita l’articolo –

“[…] stimano un livello ottimale di spesa pubblica per gli Stati Uniti pari al 17.45% del PIL per il periodo 1947-1997. Stimano inoltre una Armey curve di lungo periodo (circa un secolo) che implica livelli ottimali di spesa pubblica attorno all’13%. In una comparazione di lungo periodo, vengono stimati i livelli ottimali di spesa pubblica per vari Paesi: Svezia 19%, Italia 22%, Danimarca 26%, Canada e Regno Unito 21%”.

Tuttavia, conclude

“In realtà la tecnica di stima nel lavoro soprammenzionato non pare particolarmente raffinata. Le stime ottenute vanno quindi interpretate con molta cautela”.

Dal momento – però – che sono stati sviluppati ulteriori studi, che ci danno dei risultati molto interessanti. In un primo studio viene esaminato un set di dati da 17 Paesi OCSE per il periodo che va dal 1977 al 2004, trovando che la dimensione ottima del governo si aggiri attorno al 25% del PIL. In un altro studio, si focalizza l’attenzione su delle economie in via di sviluppo e si fa l’esempio della Nigeria, trovando che in quel caso il livello ottimo di spesa pubblica sia intorno al 20% del PIL. Per portare un esempio più vicino a noi, un altro studio ci dice che il livello ottimo di spesa pubblica per quello che riguarda i Paesi Europei è intorno al 30%, un altro studio, sempre relativamente ai 27 Paesi dell’UE, ci dice che questo livello è leggermente più alto intorno al 37% (livello simile a quello ottimale per l’Italia (circa il 40%), come illustrato da Francesco Forte). In un secondo studio del professor Magazzino si conclude inoltre che

“la dimensione dell’operatore pubblico che massimizza la crescita economica italiana, con riferimento all’intero periodo di stima, è data da un rapporto tra spesa pubblica e P.N.L. pari al 23,06%. Il valore calcolato è in linea con quello trovato da VEDDER e GALLAWAY (1998), pari al 22,23%. Invece, restringendo l’analisi al solo periodo del secondo dopoguerra (1950-1998), la dimensione pubblica associata al massimo tasso di crescita del prodotto nazionale risulta pari al 32,83%. Tale valore non si discosta sensibilmente dalla stima del 37,09% contenuta in PEVCIN (2008)”.

Ovviamente il modello della curva di Armey non è esente da limiti, fra tutti il fatto che non distingue la spesa pubblica in conto corrente (tradizionalmente considerata meno “produttiva”) e quella in conto capitale (come ad esempio investimenti in infrastrutture), che ne pregiudicano la capacità della curva stessa di poter essere applicata come modello per giudicare le politiche economiche di un certo paese. Tuttavia, il messaggio che viene lanciato è chiaro: un eccesso di spesa pubblica può, e anzi spesso lo fa, generare una struttura di incentivi tale che la crescita economica ne risulti pregiudicata. Ed è in questo senso che diviene importante, per uno Stato, controllare la quantità e soprattutto la qualità delle spese, per poter assicurare all’economia un elevato grado di prosperità economica. 

Puoi continuare a seguirci su https://t.me/economiaitalia per altri articoli

+ posts