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Contro le sirene della scelleratezza monetaria

In tempi di crisi, si sa, si tende a ricercare soluzioni semplici a problemi complessi dimenticando – appunto – la natura estremamente problematica delle dinamiche inerenti le questioni che si cerca di risolvere. L’economia, in virtù della sua multidisciplinarietà che la avvicina spesso molto (forse, come vedremo, troppo) alla politica non fa eccezione. Quante volte sentiamo – nelle chiacchiere da bar – delle proposte economiche da parte di soggetti non troppo preparati che ci sembrano sensate ma che – alla prova dei fatti ed alla luce della teoria economica – sono estremamente errate. Il problema non sarebbe di per sé di grande rilevanza se non fosse che negli ultimi anni tali chiacchiere sono state tradotte in delle proposte che hanno ricevuto in un modo assai improbabile la dignità di “teoria economica”. È esattamente il caso della MMT, acronimo di “Modern Monetary Theory”, che viene spesso citata come la via del Sol dell’Avvenire da vari movimenti di carattere prevalentemente sovranista (anche se non mancano certo dei sostenitori di tale “teoria” da parte di personaggi che stanno dall’altra parte dello spettro politico). Sarà così? Cerchiamo di capirlo innanzitutto definendo le proposizioni teoriche della MMT.

La “Modern Monetary Theory”, come spiega anche la Kelton nella presentazione del suo libro “Il mito del deficit” alla CNBC ha due basi sostanziali: in primo luogo l’idea che lo Stato debba – in accordo con l’idea della cosiddetta “finanza funzionale” elaborata dall’economista Abba Lerner – fare consistenti e persistenti deficit di bilancio:

“Se il conseguimento di questo obiettivo [della piena occupazione, nota mia] implica disavanzi (o avanzi) fiscali persistenti, così sia. La dimensione del debito pubblico, sosteneva Lerner, non è importante: “L’entità del debito pubblico non è un onere per i posteri, perché, se i posteri pagheranno il debito, lo pagheranno agli stessi posteri che saranno in vita nel momento in cui il pagamento sarà effettuato. Il debito pubblico non è un onere per il Paese, perché ogni centesimo di interesse o di rimborso per servire il debito che è prelevato dai cittadini in qualità di contribuenti è ricevuto dai cittadini in qualità di detentori dei titoli di debito del governo”

La Kelton stessa, nel suo libro “Il mito del Deficit” ci dice che:

“Finché l’inflazione rimane sotto controllo, Lerner riteneva che questo fosse un modo perfettamente responsabile per gestire il bilancio pubblico”

Ovviamente la Kelton, e quindi la MMT, mancano di dire che la condizione necessaria affinché ciò si verifichi è che vi sia un ammontare tale e tanto di risorse inutilizzate che avesse senso utilizzare la leva fiscale come metodo per riportare l’economia al suo livello di pieno impiego. Ma questo, tuttavia, non è niente che un qualsiasi studente di economia al secondo anno che abbia studiato il concetto di moltiplicatore fiscale non sappia già.

La MMT fa un passo in più ed alla parte fiscale si congiunge la parte chiamiamola “monetaria” del modello. La MMT ritiene che la moneta sia – in accordo con le radici cartaliste di questa teoria – uno strumento che non solo viene imposto dallo Stato come unico mezzo di pagamento, ma che viene anche emesso dallo Stato stesso direttamente, lasciando allo stesso il potere di stampare moneta. Nei termini più specifici, utilizzati dalla Kelton e riportati in un paper sul tema pubblicato anche dall’Istituto Bruno Leoni, viene a perdersi la distinzione tra “emittenti” di denaro e “utilizzatori” di denaro. In questo senso, come riporta il paper dell’Istituto Bruno Leoni stesso, una ipotetica politica economica della MMT sarebbe la seguente:

“La Federal Reserve diventerebbe subordinata al Ministero del Tesoro degli Stati Uniti. Per assicurare che “i soldi (…) siano sempre resi disponibili” (pp. 234-35) per qualsiasi obbiettivo ritenuto meritevole, “la Federal Reserve effettuerebbe un pagamento autorizzato per conto del Ministero del Tesoro” (p. 235). Nello specifico, la Fed stamperebbe tutto il denaro necessario a finanziare le intenzioni di spesa del governo: “Dobbiamo riconoscere che il governo degli Stati Uniti può fornire al nostro settore privato tutti i dollari di cui ha bisogno per raggiungere la piena occupazione, e può fornire al resto del mondo tutti i dollari di cui ha bisogno per accumulare le proprie riserve e proteggere i propri flussi commerciali” (p. 151). Quale spesa è meritevole? In aggiunta alla garanzia federale sul lavoro, la facoltà di stampare moneta fornirebbe lo spazio fiscale per finanziare Medicare per tutti, l’istruzione universitaria gratuita, tagli di tasse per la classe media, un completo Green New Deal, asili gratuiti, la cancellazione dei debiti degli studenti universitari, abitazioni a prezzo accessibile per tutti, una linea ad alta velocità nazionale, un’ampliata Protezione Sociale, e Corpi Civili di Tutela dell’Ambiente, le cui mansioni includerebbero la prevenzione degli incendi, il controllo delle alluvioni, e l’agricoltura sostenibile. Il programma della MMT ridurrebbe le diseguaglianze razziali, abbasserebbe la povertà, costruirebbe delle comunità più forti, e tanto altro (pp. 229-63)”

Le cose, al contrario di quello che la MMT ed i suoi sostenitori vogliono far credere, non stanno così: sono almeno tre gli errori che viziano il pensiero di questa “teoria” e che ci inducono a derubricarla ad una chiacchiera da bar che è decisamente andata “too far”.

Il primo errore della MMT è attribuire dei poteri taumaturgici alla moneta. La moneta è un mezzo di scambio, un’unità di conto ed una riserva di valore; un’istituzione nata per superare degli altrimenti insormontabili problemi relativi alla coincidenza dei desideri tra gli attori che partecipano al mercato e alla computabilità di ricavi e costi dei consumatori e dei produttori. Al di là delle caratteristiche che sono necessarie affinché un bene diventi tale, la moneta non possiede delle particolari caratteristiche che la elevano ad uno status ontologico superiore rispetto agli altri: semplicemente, è quel bene che essendo il più liquido, il più frazionabile, il più omogeneo e quello relativamente più raro riesce a svolgere al meglio le funzioni anzidette. Non possiede dei particolari “poteri taumaturgici” in virtù dei quali le persone possono risolvere i problemi economici “stampandone di più”. Come la oramai famosa equazione degli scambi di Fisher ci insegna, infatti,

MV = PQ

¸dove “M” è l’offerta di moneta, “V” è la velocità di circolazione, “P” è il livello generale dei prezzi e “Y” è il prodotto aggregato in termini reali. Da questa equazione si ricava, risolvendo per “P” e supponendo “V” e “Y” costanti, che il livello dei prezzi viene a dipendere, in ultima analisi, da una variazione della quantità di moneta presente all’interno del sistema economico, dal momento che il prodotto reale “Y” e la velocità di circolazione “V” non vengono influenzati dal movimento dell’offerta di moneta, come la teoria quantitativa della moneta (cui questo modello fa riferimento) ipotizza. Per capire cosa significhi ciò, supponiamo che la quantità di moneta raddoppi per decisione autonoma delle autorità monetarie. Un aumento dell’offerta di moneta aumenta la domanda di beni che quindi supera l’offerta: i prezzi cominciano ad aumentare. Dal momento che aumenta il livello generale dei prezzi, non vi è motivo di aumentare la quantità prodotta e offerta, in quanto i prezzi e i costi relativi non sono variati. Ad esempio, se tutti i prezzi e tutti i salari raddoppiassero, le condizioni di equilibrio per le imprese non sarebbero modificate, e dunque non vi sarebbe alcun motivo di aumentare la produzione: il prodotto, quindi, rimane al livello iniziale ed i prezzi aumentano proporzionalmente all’aumento di offerta di moneta. E quando i prezzi aumentano, il tenore di vita delle persone scende.

Il secondo, grande problema della teoria della MMT è che non considera una variabile che – da almeno quando la Scuola di Chicago e quella delle Aspettative razionali si sono affermate – è fondamentale: le aspettative in merito all’indipendenza della banca centrale dal potere fiscale e – quindi – della connessa politica monetaria (che sarà più o meno credibile). Perché? Perché le aspettative contano, e se la banca centrale non è credibile nel mantenere la propria indipendenza e non è coerente con il suo obiettivo della stabilità dei prezzi il rischio che le aspettative di inflazione (a quindi l’inflazione effettiva nei periodi successivi) sfuggano di mano è decisamente alto. Cosa vuol dire? Immaginiamo per un attimo che la politica monetaria espansiva (connessa all’espansione fiscale) sia attuata ad esempio  con un ribasso del tasso di interesse al di sotto del suo livello “naturale”. Come già da quando Wicksell scrisse il suo “Interesse e Prezzi” nel 1898 sappiamo, ciò genera un aumento dei consumi (perché alla diminuita remunerazione dei depositi il risparmio cala trasformandosi in maggior consumo) e degli investimenti (via riduzione dello sconto che gli imprenditori applicano nella valutazione dei progetti di investimento). La maggior domanda aggregata che ne risulta e la conseguente crescita dei prezzi spingono verso l’alto la richiesta di moneta per usi transattivi, e il “processo cumulativo” continua; fino a quando gli operatori – incorporando nel rendimento richiesto un premio per il maggior tasso di variazione del livello generale dei prezzi – fanno salire di nuovo il tasso di rendimento fino al livello “naturale” e cessa a questo punto l’incentivo degli operatori a consumare ed investire. Una questione di aspettative insomma, che tra l’altro sono centrali per capire come mai la politica economica debba essere sempre anticipabile e mai discrezionale (come la Kelton e la MMT sostengono di voler fare): per permettere agli operatori economici di potersi adattare nei loro comportamenti e nelle loro azioni economiche in modo da raggiungere il loro ottimo decisionale. Motivo per cui, tra le altre cose, il modello della curva di Phillips (implicitamente citato dall’articolo) risulta essere quantomeno insufficiente per interpretare le dinamiche del mondo del lavoro: considerare il lato dell’offerta (e non solo la magica domanda) rileggendo quello che economisti come Milton Friedman o Thomas Sargent avevano da dire sulla curva di Phillips potrebbe essere utile. E questo indipendentemente dal fatto che – come sostengono gli “economisti” della MMT – il debito sia denominato in valuta estera o meno: quando una moneta e l’istituzione che è dietro di essa perde la sua credibilità, è del tutto indifferente che vi sia o meno una denominazione in valuta sovrana o meno.

Come si dice in inglese, “No pain no gain”. Ma, evidentemente, alla MMT ed ai suoi sostenitori non importa: mai parlare di produttività, di riduzione della spesa improduttiva (che anche in casa nostra è molta), di una banca centrale indipendente e fortemente orientata al perseguire un tasso di policy quanto più vicino al tasso di interesse naturale o di ricette di lungo periodo nel paese delle ricette facili, sempre prono a cedere alle sirene della scelleratezza monetaria. D’altronde, come disse qualcun altro molto più esperto di me, monetizzare è facile come spararsi eroina in vena. E fare come proposto dal libro della Kelton e dalle altre sirene della scelleratezza monetaria rischia di far morire il paziente di overdose.

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