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Il pestifero morbo della Firenze del Trecento: la moneta cattiva

Alcuni anni dopo lo strazio portato dalla peste nera, un’altra minaccia si prospetta all’orizzonte per i cittadini di Firenze. Stavolta ad essere messa a repentaglio non è però la salute ma l’orgoglio dei fiorentini e il prestigio della loro moneta. Il governo democratico è stato incaricato di proteggere la città e la prosperità della sua economia. Riusciranno i fiorentini a seppellire le tradizionali faziosità e ad escogitare una ricetta economica in grado di estirpare l’epidemia di moneta cattiva?

MonetaPrestigioBase metallicaUltima coniazione nel
Fiorinomassimooro
Quattrinoaltoargento1351
Grossomedioargento1351
Moneta piccolabassoargento1331

Ci tengo a precisare che il sistema monetario fiorentino era ben più complesso di come è rappresentato in questa tabella e che la semplificazione è allo scopo di rendere meno ostile la lettura e la comprensione. Informazioni più dettagliate sono presenti in “Il fiorino e il quattrino. La politica monetaria a Firenze nel Trecento” (Carlo M. Cipolla).

LE PRIME DENUNCE

Quando nel 1366 le autorità monetarie constatavano l’epidemia di cattiva moneta estera in quel di Firenze, sapevano bene di essere troppo in ritardo per risalire il focolaio fino alla sua origine. Che il “paziente zero” fosse stato coinvolto in uno scambio commerciale con una delle altre comunità vicine era cosa assodata, date le floride relazioni commerciali che Firenze intratteneva con i suoi partner.

Infatti, i primi ad accorgersene erano stati i mercanti; soprattutto i più scaltri ne erano al corrente già da mesi. Col tempo però la voce iniziò a spargersi ovunque e non divenne più conveniente specularci sopra. Fu allora che il problema venne presentato alla Zecca della Città di Firenze.

I testimoni del decorso del malanno riferivano un ventaglio di sintomi che spaziavano dal fallimento di una transazione alla sparizione delle monete analoghe domestiche. Non si trattava assolutamente di un morbo letale, ma tanto bastava per turbare i fiorentini che erano irrimediabilmente affezionati al prestigio della loro moneta. Iniziarono così le pressioni alla Zecca affinché questa curasse l’emorragia monetaria.

LA ZECCA DELLA CITTA’ DI FIRENZE

All’epoca a cui risale la vicenda, la coniazione di nuove monete richiedeva la partecipazione congiunta della Zecca statale e dei cittadini privati che però agivano a loro discrezione. Siccome il valore di scambio di una moneta non coincideva con il valore intrinseco del metallo in essa contenuto, la coniazione avveniva se e quando la differenza tra i due valori permetteva ai privati di ottenere un profitto (e di coprire i costi di coniazione).

Quando le autorità monetarie annunciavano una nuova svalutazione la suddetta differenza era dunque ampliata, e con essa il volume delle coniazioni. Man mano che la quantità di moneta in circolazione cresceva, il margine in favore del valore di scambio della stessa si assottigliava, finché la coniazione non cessava d’essere conveniente. In pratica qualora il Governo avesse perseverato la stabilità monetaria, la Zecca sarebbe stata destinata all’inattività.

La limitatezza della politica monetaria aveva anche ragioni topografiche. Nell’Italia dei Comuni la dimensione degli stati era così ridotta che non vi erano barriere tra il commercio locale e quello extra-cittadino. Inoltre, la vulnerabilità delle monete domestiche era acuita dalla presenza di accordi economici che impegnavano le Zecche a coniare monete simili di disegno e di contenuto metallico.

LA DIFESA DELLA MONETA PICCOLA

Le indagini delle autorità monetarie fiorentine confermarono che il patogeno responsabile dell’epidemia era la moneta piccola pisana. Era una buona notizia perché implicava che ad essere stata colpita era soprattutto la moneta piccola locale, la quale aveva un’importanza marginale nel sistema monetario fiorentino. Si poterono così preparare le contromisure con maggiore leggerezza e libertà di manovra.

Nel 1366 vennero approvati due provvedimenti. Si cercò di scoraggiare gli scambi che coinvolgessero la moneta cattiva con sanzioni amministrative e si ordinò la svalutazione della moneta piccola locale per immunizzarla dall’infezione. Dopo 35 anni di stabilità, la moneta piccola fiorentina tornava ad essere coniata; d’altronde era proprio la sua longeva stabilità a renderla vulnerabile.

Benché le autorità avessero agito con determinazione e con successo, l’epidemia era tutt’altro che sconfitta. Con l’anello meno importante del sistema monetario immunizzato, quelli più esposti al contagio erano ora gli altri. Come se non bastasse v’era all’orizzonte un peggioramento delle condizioni ambientali che contribuì ad indebolire le difese naturali delle monete fiorentine: un rincaro dell’argento sul mercato.

IL GROSSO IN PERICOLO

Ci vollero due anni prima che il patogeno mutasse ed innescasse una nuova ondata epidemica. Nel luglio del 1368 questa raggiunse dimensioni degne della preoccupazione dei fiorentini e le denunce ripresero copiose. Stavolta era il prestigio del grosso ad essere messo a repentaglio, tutt’altra cosa rispetto la moneta piccola. Inoltre, vi era la complicazione della non rintracciabilità dell’origine dell’ondata poiché le indagini mostravano che già tutti i comuni vicini erano stati compromessi.

La virulenza era così acuta che non solo la Zecca di Firenze ne era paralizzata ma addirittura i grossi fiorentini in circolazione venivano fusi per essere coniati in moneta cattiva nelle zecche vicine. Nonostante l’emergenza, la misura adottata dalle autorità monetarie tradisce la loro riluttanza ad intervenire. Il grosso era davvero un anello delicato del sistema monetario, perciò fu proposto un compromesso: si decise di svalutare, non il grosso ma bensì un suo antico sottomultiplo ripescato proprio per l’occasione.

La nuova misura fu un disastro. L’antibiotico somministrato attraverso il sottomultiplo non fece altro che rafforzare il patogeno ed accelerare il decorso del morbo sul grosso domestico. Presto le autorità dovettero riconoscere l’errore ed operare una svalutazione direttamente sul grosso, anche se a malincuore, per salvarlo da completa estinzione. Come abbiamo imparato però, la preservazione del grosso implicava un destino funesto per il prossimo anello della catena: il quattrino.

L’IMPORTANZA DEL QUATTRINO PER FIRENZE

In una realtà così politicamente vivace come quella fiorentina la rilevanza della politica monetaria era cruciale. Se il Governo democratico durò per anni fu anche grazie alla strenua difesa della stabilità monetaria, uno dei pochissimi punti di contatto delle fazioni che dividevano la comunità. Ecco perché sul quattrino in particolare ci si giocava la governabilità della città; la sua centralità nella struttura dei prezzi interni era ben nota.

A dirla tutta c’era ancora il fiorino d’oro, il mezzo di pagamento per eccellenza nel commercio internazionale. Tuttavia, le ragioni che ne garantivano il prestigio erano le stesse che lo escludevano dai giochi quando la questione riguardava i prezzi interni. Siccome è impossibile mantenere stabile il cambio tra monete auree ed argentee quando il rapporto di valore dei due metalli è variabile sul mercato, i fiorentini preferirono tenere ben distinti i due sistemi monetari. È il problema del bimetallismo.

Con il fiorino inattaccabile ma fuori dai giochi e le altre monete argentee già svalutate, il quattrino rimaneva l’ultimo baluardo a cui i fiorentini potevano aggrapparsi durante le fasi inflazionistiche. Era proprio questa la situazione nel 1370 quando Firenze e Pisa conclusero un trattato commerciale che avrebbe accentuato il traffico tra le due città e quindi la pressione della moneta cattiva straniera. L’inazione quasi ventennale della Zecca sul quattrino esacerbava la minaccia.

LA COMMISSIONE SPECIALE E LA LEGGE DI GRESHAM

La terza ondata di moneta cattiva sarebbe forse stata la più violenta, se non fosse stata anche la più prevedibile. I fiorentini sapevano della fragilità del loro quattrino e nel 1371 procedettero alla nomina di una Commissione speciale appena si accorsero dei primi contagi. Compito della Commissione era bloccare l’infezione dei quattrini locali, l’unico modo conosciuto per farlo era svalutare. Così, entro un mese dalla nomina, si era già pronti ad intervenire. I fiorentini avevano imparato la lezione.

L’immunizzazione del quattrino impegnò la Zecca agli straordinari. La portata dell’operazione e la popolarità della moneta in questione ebbero un effetto moltiplicativo sul numero di nuove coniazioni. Si trattò di una vera e propria inversione di tendenza, per cui la moneta fiorentina prese ad infiltrarsi nei comuni vicini e a sostituirsi alla moneta locale. La vittima divenne patogeno.

Benché la teoria della moneta cattiva che scaccia quella buona venne formalizzata da Thomas Gresham un paio di secoli più tardi, i fiorentini la appresero inconsciamente nel tentativo vano di combatterla. In sostanza la legge afferma che quando una moneta straniera si diffonde in una comunità, essa non è migliore di quella locale ma peggiore. Questo avviene perché i privati cittadini hanno la possibilità di trarre profitto dall’estrazione del metallo prezioso dalla moneta che ne è ricca per trasformarlo nella moneta che ne è povera, ottenendo un valore nominale maggiore.

L’INSTABILITÀ MONETARIA E POLITICA DI FIRENZE

Per quanto fondamentale, la manovra sul quattrino era destinata ad avere conseguenze febbricitanti sulla struttura dei prezzi interni. Dal 1373 la temperatura del fiorino d’oro in termini di monete argentee, infatti, cominciò a salire e la febbre tornò prepotentemente ad assorbire il dibattito politico. L’apice della tensione fu raggiunto nel 1378 con il tumulto dei Ciompi che, dopo aver conquistato il potere, pretesero la riduzione d’imperio della febbre del fiorino. La terapia era però solo un placebo e perciò fu del tutto inefficace.

Dopo la caduta dei Ciompi seguì un altro tentativo nel 1379 con una clausola: il Governo avrebbe dovuto ridurre la febbre del fiorino entro una scadenza o sarebbe stato costretto a ridurre d’imperio il valore nominale del quattrino, riequilibrandolo rispetto l’intrinseco d’argento. Anche questa fu una disfatta a causa del fondamentale ruolo del quattrino nella determinazione della struttura dei prezzi. Ciò provocò un aggravarsi della febbre del fiorino in termini di quattrini, non l’opposto.

Nel 1380 le autorità monetarie svilupparono finalmente una terapia funzionante: ritirare dalla circolazione e fondere un certo ammontare di quattrini ad intervalli regolari finché la febbre non si fosse abbassata. Una cura del genere non poteva essere approvata senza avere coscienza della relazione che intercorre tra il valore di scambio di una moneta e la sua quantità in circolazione. Lo studio di tale relazione risale ai secoli successivi ma già nel ‘300 i fiorentini dimostrarono d’essere all’avanguardia in fatto di medicina monetaria.

CONCLUSIONE

La febbre del fiorino si abbassò nei mesi successivi, anche se irregolarmente. Tuttavia, la prova definitiva dell’efficacia della cura è rappresentata dal riemergere dell’infezione da cattiva moneta pisana. Inaspettatamente (anche se non poi così tanto), la limitatezza della sovranità monetaria impediva la rivalutazione della moneta allo stesso modo in cui ne aveva permesso la svalutazione. In fin dei conti si trattò di un fenomeno del tutto fisiologico proprio come i primi focolai che erano scoppiati. Nel 1382, la somministrazione della cura fu bruscamente annullata con la crisi del Governo democratico.

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